Nonostante il titolo un po’ burlone, questa vorrebbe essere una discussione seria.
Mi piacerebbe scambiare un paio di considerazioni circa il rapporto tra Beethoven e il pianoforte.
Se è vero che B. non subordinò mai la propria musica ai limiti imposti da uno strumento musicale (basti pensare alla rispostaccia che rifilò al povero Falstafferel che gli faceva notare che i suoi ultimi quartetti erano “inadatti” per il suo violino) è nondimeno vero che l’atteggiamento di B. nei confronti del pianoforte e della sua meccanica fu sempre carico di interesse e che per tutta la vita egli fu alla ricerca di un suo pianoforte ideale che gli permettesse di “fabbricarsi i propri toni” anche quando ormai, povero figliolo, gli era impossibile udire qualsiasi suono, figuriamoci graduare e svolgere chissà quale ricerca su tocco e timbro.
L’argomento “Beethoven e il pianoforte” sarebbe vastissimo; mi piacerebbe iniziare a discutere con chi è interessato al problema, delle famose indicazioni di B. sui famigerati sordini.
Capita a tutti gli aspiranti pianisti di imbattersi prima o poi nell’indicazione che sta all’inizio della sonata op. 27 n. 2 che varia da un “si deve suonare questo pezzo delicatissimamente e senza sordinO” ad un “si deve [...] senza sordinI”.
La pagina autografa ho letto che è andata perduta, quindi non potremo mai sapere con certezza quale delle due versioni riportate nelle varie edizioni sia quella corretta.
Rattalino nel suo libro “Storia del pianoforte” sostiene la tesi secondo la quale Beethoven indicava con “sordini” gli smorzatori e con “sordino” un meccanismo simile per certi versi a quello della moderna sordina che frapponeva tra le corde e i martelletti (o direttamente sulle corde), un panno, modificando la qualità timbrica del suono.
Rattalino cita poi altri due casi in cui, a suo parere, l’indicazione “sordino” andrebbe intesa come sinonimo di “sordina”: il tempo lento della sonata in la minore di Schubert (D784) e il concerto in do minore del nostro
Ho dato un’occhiata a varie edizioni delle due opere citate e sembra che la tesi di Rattalino non regga poi più di tanto: in alcune edizioni del concerto in do minore le indicazioni sono effettivamente “con sordinO” e “senza sordinO” ma non si limitano ad alcuni momenti del secondo tempo (come sosteneva Rattalino) bensì si trovano anche per tutto il primo tempo e con una frequenza tale che risulta davvero difficile credere che B. volesse prescrivere variazioni timbriche.
Per quanto riguarda la menzionata sonata (ho fatto la rima) di Schubert, tutte le edizioni che ho controllato riportano “sordinI” (che, a sentir Rattalino, è sinonimo di smorzatori o, almeno, lo sarebbe per Beethoven).
Andrebbe poi tenuto presente che l’indicazione “con sordini” si trova in molte opere di fine settecento (e tra l’altro all’inizio della Creazione di Haydn) per indicare un suono smorzato, privo di armonici. Tra l’altro, mi sembra di ricordare che lo stesso Beethoven lo usasse a tal proposito anche in uno degli ultimi quartetti.
Dunque, a mio parere la differenza tra sordini e sordino dovrebbe non sussistere e le indicazioni nel concerto in do minore andrebbero interpretate come prescrizioni per il pedale di risonanza.
Riassumendo:
“Senza sordini” (o sordino) della op. 27 n. 2 = senza smorzatori, con le corde libere di vibrare
“Senza sordino” (= sordini) del concerto in do minore = senza smorzatori (e non senza/con la sordina come sostiene Rattalino)
“[Con] sordini” della sonata di Schubert = con un suono soffocato e povero di armonici
“Con sordini” della Creazione di Haydn = con un suono soffocato e povero di armonici
A questo punto è inevitabile osservare che qui in mezzo, se c’è qualcuno che usa “sordini” come sinonimo di sordina è semmai Schubert (e sarebbe bello risalire al tipo di pianoforte che aveva sottomano all'epoca di quella sonata), mentre nell’opera pianistica di Beethoven la prescrizione dell’aggeggio che doveva modificare la qualità timbrica del suono non si trova mai (e questo è quanto sostiene anche Newman nel suo articolo “I pianoforti di Beethoven e i suoi ideali di pianoforte”, senza tuttavia nemmeno accennare al problema di questa ambiguità di indicazioni tra sordini e sordino).
Si trovano invece spesso, nell’opera pianistica di Beethoven, indicazioni riguardo al pedale sinistro (una corda, due corde, tre corde).
E qui ci si potrebbe domandare subito se Beethoven utilizzasse queste indicazioni per ottenere variazioni timbriche (ossia se utilizzava già il pedale sinistro in senso "moderno") o se invece voleva prescrivere con esse semplicemente un maggiore/minore volume sonoro.
Qui però mi fermo, perchè l’ora è ormai tarda e anche perchè rischio di far diventare chilometriche queste riflessioni.
Attendo vostri pareri o ulteriori spunti di ricerca
Giorgia