Ripensando alla questione conclusiva posta nella discussione su Beethoven e la meccanica pianistica, mi sono domandata in questi giorni se sarebbe possibile fare una sorta di approfondimento sul problema della ricerca timbrica nell’opera beethoveniana. In particolare le questioni che mi sono venute alla mente sono le seguenti:
1) è possibile che Beethoven abbia abbandonato il pianoforte anche a causa della sua ormai completa sordità e dunque della sua incapacità di stabilire con esattezza l’effetto timbrico delle sue sperimentazioni armoniche e ciò che esse comportavano (primo fra tutti un uso insolito del pedale per "legare" armonie distanti)? E dunque:
2) Non potrebbe essere anche questa una delle motivazioni che ha portato B., nell’ultimo periodo della sua vita, a volgersi al quartetto e cioè ad un tipo di formazione dalle “possibilità timbriche” (chiamiamole così) più limitate e meno problematiche rispetto a quelle di un pianoforte o di un’orchestra?
Del resto si potrebbe pensare anche che, forse, B. considerava conclusa o se non altro giunta ad un punto mica disprezzabile la sua ricerca sul colore sonoro: la scelta di inserire un coro in una sinfonia, potrebbe essere vista anch’essa come un tentativo di sfruttare sino al limite le possibilità timbriche offerte sostanzialmente da tutti gli strumenti allora disponibili (si pensi anche all’introduzione di elementi per l’epoca singolari in un’orchestra, come il controfagotto), contrapponendo e mescolando ai già tanti colori orchestrali quelli delle voci soliste e del coro. Che si poteva fare di più?
Magari fu proprio (o anche) per questi motivi che B. decise di accantonare le ricerche sul colore sonoro e, con una preoccupazione in meno, prese le sue carabattole e si trasferì nel puro e sicuro iperuranio del timbro quartettistico, dove alla infinita tavolozza sonora offerta dalla varietà di tocco, pedale, impasti sonori, disposizioni ecc. propri del pianoforte o dell'orchestra, subentrano le tinte più limitate e, direi, quasi in bianco e nero, dei quattro archi.
Con ciò non voglio assolutamente dire che la scelta della formazione del quartetto sia stata una scelta “di comodo”, ci mancherebbe! Dico però che, secondo me, si vede proprio che l’interesse, il fulcro delle ricerche beethoveniane, tende a spostarsi o perlomeno a mettere da parte il fattore “timbro” per dedicarsi più approfonditamente ad altri problemi, quali ad esempio la forma [131], i rapporti dinamico – tonali [130], la possibilità di alternative al sistema tonale con la ripresa dei modi antichi [132].
A me sembra insomma che davvero gli ultimi quartetti di Beethoven siano stati pensati più come “Augenmusik”, scevra da troppe preoccupazioni per una effettiva resa timbrica o anche solo sonora (si pensi alle dissonanze della grande fuga) e in questa maniera forse andrebbero “ascoltati”: con la stessa facoltà con cui doveva sentirli colui che li compose, ossia con l’orecchio interiore. Per dirla in maniera fin troppo poetica, forse negli ultimi quartetti, Beethoven pensò che musica non avesse più bisogno di una sorgente sonora (lo stupido violino), di un mezzo attraverso cui propagarsi (l’aria di cui il nostro si proclamava sovrano) e di un ricettore (l’orecchio fisico): poteva passare, con la sola mediazione del segno grafico, “dal cuore ai cuori”.
Giorgia